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Home » Attualità » Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: nuova pronuncia della Corte di Cassazione

Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: nuova pronuncia della Corte di Cassazione

17 Giugno 2021 | Approfondimenti

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 10763 del 19 marzo 2021, è tornata a pronunciarsi riguardo la portata applicativa del reato per sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, chiarendo quali siano i presupposti necessari e sufficienti per l’integrazione della fattispecie

Come noto, l’art. 11 del D.lgs. 74/2000 prevede che: “commette il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva”.

Nel caso di specie, un soggetto, precedentemente condannato dalla Corte di appello di Trieste, contro la cui sentenza ricorreva in Cassazione, è stato ritenuto colpevole da quest’ultima per aver alienato simulatamente, o comunque in modo fraudolento, un immobile di sua proprietà per un prezzo notevolmente inferiore sia a quello corrisposto per l’acquisto, sia a quello di successiva rivendita, al fine di sottrarsi al pagamento di un debito verso il fisco per un ammontare superiore a 50.000 euro.

La Corte di Cassazione, nel decidere la controversia, afferma che: “deve ritenersi sufficiente, quale presupposto del reato, l’esistenza, al momento della condotta illecita, di un debito verso l’Amministrazione finanziaria, sebbene non ancora precisamente determinato, ed eventualmente nemmeno oggetto di procedure di accertamento, purché per un ammontare complessivo stimabile in una somma superiore a 50.000 euro”.

Prosegue poi evidenziando che: “l’agente, nel momento in cui realizza la condotta, deve essere cosciente del suo debito nei confronti dell’Erario, sebbene tale situazione non costituisca ancora oggetto di accertamenti da parte dell’Amministrazione finanziaria, per una somma di ammontare superiore ai cinquantamila euro, o, quanto meno, deve accettare compiutamente il rischio di tale eventualità, vale a dire, secondo il paradigma indicato dalle Sezioni Unite[1], deve chiaramente rappresentarsi la significativa possibilità di verificazione dell’evento concreto e ciò nonostante, dopo aver considerato il fine perseguito e l’eventuale prezzo da pagare, determinarsi ad agire comunque, anche a costo di causare l’evento lesivo, aderendo ad esso, per il caso in cui si verifichi”.

È chiaro come l’intento dei giudici sia quello di sottolineare, che, ai fini dell’integrazione del reato, ancor prima di accertamenti da parte del fisco, sia sufficiente che la condotta del soggetto sia tale da impedire l’utile esperimento di una procedura di riscossione a causa dell’alienazione dei beni con intento fraudolento.

[1] Sez. U., n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn, Rv. 261104-01

 

Chiara Tavoletti

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